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Specialisti nelle Telecomunicazioni: a rischio estinzione !

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Le specializzazioni in ambito Protezione Civile riguardano un ristretto numero di volontari che, principalmente per passione e spirito di sacrifico, apportano nel sistema un valore aggiunto che a volte può fare la differenza.

Mi riferisco a quei ruoli che in qualche modo si possono considerare le punte di diamante della Protezione Civile e che messi insieme formano spesso la task-force che tutti si aspettano di vedere operare nei primi istanti dopo il disastro.

Possiamo brevemente elencarli:  SOCCORRITORI-SANITARI, CINOFILI, SOMMOZZATORI E SALVAMENTO FLUVIALE, SPELEOLOGI-SOCCORSO ALPINO,  RADIOTECNICI-RADIOAMATORI,  ANTINCENDIO BOSCHIVO.

Tutte queste specialità (stiamo sempre parlando di volontari), si distinguono dalla parte logistica della Protezione Civile, della quale tuttavia fanno parte a pieno tiolo, per la continua formazione alla quale si sottopongono proprio per mantenere e perfezionare le caratteristiche che li rendono tali.

Fare parte di una specialità non significa quindi immobilizzare un arto rotto, accudire un cane, saper scalare una montagna o trasmettere con una radio: significa saperlo fare in modo professionale, da veri esperti.

Prima di fregiarsi del titolo di “specialista” occorrono quindi anni di preparazione, di dedizione alla specialità e di tanto sacrificio per formarsi e migliorarsi perché quando ci si troverà ad operare occorre sapere che molte persone affideranno la loro vita a questi esperti !

Non intendo sminuire in alcun modo la componente più diffusa, la vera ossatura della protezione civile che sono i volontari generici. Il loro lavoro è altrettanto prezioso ed irrinunciabile ma va da sé che la movimentazione del sacchetto di sabbia, la tenda da piantare, il fango o la neve da spalare, i viveri da scaricare, la transenna da presidiare, pur richiedendo  sacrifici in termini di fatica psico-fisica, sono esentati  da quelle che sono le conoscenze tecniche e non necessitano di particolari competenze sulle modalità operative:  ti spiegano come si fa  e si ripetono le nozioni apprese.

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Tornando alle motivazioni che mi hanno spinto a disquisire sul tema,  il desiderio è di porre l’attenzione su un fenomeno che riguarda un po’ tutte le specialità ma riferendomi  in particolare quella delle TELECOMUNICAZIONI ovvero la cronica mancanza del “ricambio generazionale”.

Il problema, come accennato, affligge in generale il terzo settore ma incide in modo preoccupante in quelle attività che richiedono dedizione, studio  e prima di tutto molta PASSIONE per quello che si fa.

Nel settore delle Telecomunicazioni il proselitismo è molto fiacco. L’avvento delle nuove tecnologie informatiche, i social networks e la diffusione capillare dei sistemi telefonici cellulari, hanno contribuito non poco alla disaffezione dei più giovani nei confronti delle radio-comunicazioni,   considerate (a torto) un sistema obsoleto e poco pratico.

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Sono punti di vista chiaramente “intossicati” dalla scarsa visibilità nei confronti dell’encomiabile lavoro quotidiano prodotto nel mondo e nella società grazie all’uso delle radio. Se si aggiunge la diffidenza nei confronti di sistemi che richiedono la perizia di un “utilizzatore” e la spiccata ma dannosa propensione verso ciò che viene vissuto da semplice “utente”, possiamo in qualche modo comprendere questa assenza di interesse.

Come se non bastasse, l’ignoranza ed ancor più l’ottusità di sedicenti esperti di radiocomunicazioni, grandi guru della disinformazione e purtroppo  volontari di Protezione Civile , contribuiscono non poco a creare confusione proprio nel mondo del volontariato dove questi personaggi, per mascherare la loro incompetenza,  vanno diffondendo messaggi del tipo “ in emergenza è meglio usare il cellulare” !!!!!!!!!!!

A differenza di tutte le altre specialità, quella nelle Telecomunicazioni richiede a monte anche una solida base di studi e competenze tecniche che il progresso tecnologico vuole che siano costantemente aggiornate ed affinate.

E’ per questo motivo che la maggior parte degli specialisti delle radio provengono dal mondo dei radioamatori.  Ma non basta:  il radioamatore esperto, prima di improvvisarsi protettore civile accendendo una radio, deve conoscere in modo chiaro le terminologie, le procedure e le tecniche operative, molto diverse da quelle che utilizza nel proprio hobby.

Senza voler esagerare, per un buon radioamatore è sicuramente più facile effettuare un collegamento radio dall’Italia al Brasile in onda corta e con soli 100 Watt, che gestire una maglia radio di cinque operatori, a pochi chilometri di distanza ed  in piena emergenza !

Ecco quindi che le conoscenze dello specialista in telecomunicazioni  devono spaziare in campi molto diversi dal semplice uso della radio ricetrasmittente. Egli disporrà di opportune conoscenze nell’ambito dell’informatica, della meteorologia, della fisica, della geografia, delle lingue e della persona umana perché dall’altra parte del microfono ci sarà sempre un individuo con il quale egli dovrà interagire.

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Sebbene il luogo comune identifichi il radioamatore come un solitario omino panciuto e  pantofolaio seduto in poltrona davanti alla propria radio, al calduccio di casa propria e con tazza di caffè bollente a portata di mano, le cose non stanno assolutamente così per lo specialista che si occupa di radiocomunicazioni in protezione civile.

La realtà è ben diversa ed è spesso rappresentata da freddo e vento forte ,  da tralicci che oscillano paurosamente, da mani che si induriscono sotto la pioggia gelata, da cavi di acciaio che feriscono,  da ore trascorse in soffocanti moduli-container arroventati dal sole, dalle notti insonni,  da giorni in cui non si mangia e spesso non si ha nemmeno il tempo per andare al bagno, dall’esasperazione dovuta alle chiamate andate a vuoto, dalle batterie che si scaricano troppo in fretta,  dal terribile rumore di fondo, ai segnali radio difficili da ricevere e relativi operatori all’altro capo ancora più incomprensibili.

Nel bene e nel male ci si deve adattare, si stringono i denti e si continua a fare il proprio lavoro, spesso seminascosti e lontano dai riflettori ma consapevoli che la grande utilità di un sistema di comunicazione efficiente è paragonabile al  “sistema nervoso” cui tutto il resto fa riferimento.

Nell’ottica quindi di un “recruitment” oramai non più procastinabile,  occorre formulare la strategia migliore per poter formare i nuovi operatori tenendo conto della loro preparazione tecnica di base e del tempo necessario per un buon apprendistato sul campo .

Con questo primo dato è possibile individuare una platea di possibili aspiranti in base alla scolarità ed all’età, presumibilmente non superiore ai 25 anni. E qui cominciano i problemi perché, se è vero che le scuole tecniche e professionali restano l’incubatoio più idoneo, è altrettanto vero che la parte pratica inizia comunque dal livello zero e non è supportata se non dall’affiancamento ad operatori già in forza.

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Ci vogliono però le basi psicologiche giuste ed il mondo del volontariato, pur prodigandosi nella divulgazione dei sani princìpi su cui si basa la solidarietà, opera da anni a macchia di leopardo, senza una struttura promozionale condivisa, con singoli progetti spesso non collegati tra loro.

Le cause sono da individuarsi, oltre che nella cronica carenza di mezzi e risorse, anche nella scarsa lungimiranza delle istituzioni che arrivano a lesinare addirittura i rimborsi per il carburante necessario a questo tipo di attività.  I volontari, nell’impossibilità di far fronte alle spese con i propri mezzi, si trovano ad operare in modalità “spot”, con uscite che spesso vengono viste dagli studenti come un valido escamotage per non fare lezione e con la conseguente, relativa disaffezione alla materia, anche tra le schiere degli stessi volontari, demoralizzati dallo scarso successo di queste iniziative.

La ricetta perfetta per risolvere questo problema sembra non esistere. Non si può certo inserire il volontariato come materia di studio. Esso non è una disciplina e non può essere insegnato. Deve arrivare da dentro il singolo individuo, che con estrema spontaneità lo deve saper esprimere. Noi volontari possiamo poi accompagnare queste “vocazioni” ed indirizzarle ciascuna verso le proprie aspirazioni.

La valorizzazione delle conoscenze deve essere un primo passo per creare un numero sempre più grande di volontari “specialisti”, in tutti i settori operativi per dare almeno un segno di speranza al nostro fragile paese ed alle giovani generazioni che non ci credono più.

 

 

 

Diego Cavalli © 2015

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